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  • Salario Minimo: "Con $8 l'Ora Scegli Fra Cibo e Pannolini."

  • Immigrazione: Soli In Tribunale
 

Salario Minimo: "Con $8 l'Ora Scegli Fra Cibo e Pannolini."

 

Immigrazione: Soli In Tribunale

Si è laureato in legge con la lode, ha lavorato alla Corte Suprema dello stato di New York, e ha superato al primo tentativo l’esame di stato per diventare avvocato. Ma Cesar Vargas, un ragazzo di trent’anni dall’accento newyorkese e lo sguardo convinto, non può praticare la sua professione per un motivo: è un immigrato irregolare.

Vargas è originario di Puebla, Messico, dove viveva con la famiglia in una baracca senza finestre e il tetto di alluminio. Quando aveva cinque anni, Vargas venne portato illegalmente negli Stati Uniti dalla mamma e da allora è vissuto a New York. Se gli chiedi da dove viene, Vargas risponde “Brooklyn” e se gli domandi qual è il suo sogno, ti risponde che vuole entrare nell’esercito. Dopo l’11 settembre ha cercato di arruolarsi ripetutamente, ma ripetutamente gli è stato negato perché è un immigrato irregolare.

Nonostante abbia ricevuto il permesso di lavoro grazie al provvedimento passato da Obama nell’agosto 2012 che autorizza i giovani indocumentados cresciuti negli Stati Uniti a lavorare, a Vargas non è permesso di fare l’avvocato né di arruolarsi. Il suo destino dipende dal passaggio della riforma dell’immigrazione che da anni viene discussa a Washington. Nel 2013, il Senato ha approvato una riforma che, da allora, è rimasta bloccata nella Camera dei Rappresentanti. Democratici e Repubblicani non riescono a trovare un accordo. Nel frattempo, milioni di persone come Vargas vivono in un limbo, fra la disperazione di una politica inefficiente e la speranza di una vita normale.

“Mi considero americano,” dice Vargas. “Vogliamo essere in grado di dare qualcosa in cambio a questo paese. Vogliamo fare la nostra parte.”

Negli Stati Uniti, ci sono quasi due milioni di ragazzi che, come Vargas, sono stati portati qui illegalmente in giovane età e sono cresciuti guardando i Simpsons e ascoltando Madonna. I cosiddetti dreamers—“sognatori” in inglese, dal famoso Dream Act, la legge che li avrebbe regolarizzati ma che dal 2001 non è mai passata—sono considerati la categoria privilegiata di immigrati. L’84 percento degli Americani è a favore della loro regolarizzazione e sia Democratici che Repubblicani simpatizzano con loro.

Ma i dreamers come Vargas sono una piccola parte del problema. Ci sono altre categorie d’immigrati la cui vita verrebbe rivoluzionata dal passaggio della riforma. Dagli 11 milioni di irregolari che lavorano come donne delle pulizie o nelle cucine dei ristoranti, sottopagati e senza assistenza sanitaria, ai 4 milioni e mezzo di immigrati regolari che da anni aspettano le carte verdi per diventare residenti degli Stati Uniti, e nel frattempo vivono sospesi in cerca di un nuovo visto per rimanere legalmente in un paese che ormai considerano casa loro.

Fra gli immigrati di cui si discute di più a Washington, ci sono i cosiddetti farmworkers, i lavoratori agricoli che costituiscono la stragrande maggioranza (circa il 75 percento) della forza lavoro che manda avanti l’industria agricola del paese. Fra loro c’è Miguel, che viene da Oaxaca, Messico, e lavora nei campi da 20 anni. Al suo arrivo in Oregon, Miguel raccoglieva fragole, more e cetrioli per $300 alla settimana. Non aveva una casa e viveva sotto un albero con altre cinque persone. Nel 1998, Miguel è andato in California, a raccogliere lattuga per $5,50 l’ora. Per dieci anni, ha lavorato dalle tre del mattino all’una di pomeriggio, ogni tanto fino alle tre, per dodici ore di fila senza interruzioni. Oggi continua a raccogliere cavoli dieci ore al giorno e viene pagato $8,50 l’ora. Ha qui la moglie e i figli, che vanno a scuola e parlano inglese perfettamente.

“Non avevo pensato a come sarebbe stata la mia vita quando stavo attraversando il confine,” dice Miguel. “Spero che i miei figli avranno dei lavori migliori.”

È quello che spera anche Marisol, che lavora nei campi in California per $300 la settimana e ha due figli, di otto e undici anni. Marisol raccoglie datteri, broccoli, fichi, uva, o cipolle a seconda della stagione; lavora nei campi per ore anche quando fa caldo e la temperatura supera i 40 gradi, e molti lavoratori svengono dalla fatica. Per pagare l’affitto, Marisol si fa durare un paio di scarpe per un anno e prende da mangiare dalle associazioni di beneficienza che donano cibo ai senzatetto.

“Vorrei che le persone che criticano gli immigrati illegali vengano a vedere quanto lavoriamo duro. Vorrei che vedessero come raccogliamo la frutta e le verdure che mangiano,” dice Marisol. “È molto facile discriminare.”

Con la riforma dell’immigrazione, immigrati come Miguel e Marisol verrebbero legalizzati e assicurati un salario minimo e un’assicurazione medica. Inoltre, nuovi visti—chiamati visti W—verrebbero creati per altri lavoratori agricoli che vogliono venire a lavorare negli Stati Uniti. La riforma cambierebbe anche il sistema di visti H-2A, che permette a lavoratori agricoli di rimanere un solo anno. I sostenitori della riforma, ma anche i rappresentanti dell’industria agricola americana, vogliono che i visti vengano allungati di almeno 3 anni, per assicurarsi la forza lavoro necessaria per mandare avanti il paese.

“Questi sono lavori che i cittadini americani, per diverse ragioni, non vogliono fare,” dice Charles Conner, direttore del National Council of Farmer Cooperatives, che rappresenta più di 70 associazioni di agricoltori negli Stati Uniti e appoggia la riforma dell’immigrazione. “Non possiamo continuare a produrre il cibo che abbiamo prodotto in questo paese, al prezzo in cui l’abbiamo prodotto, se perdiamo quei lavoratori.”

Lo stesso sentimento pervade la Silicon Valley, dove le aziende informatiche e d’innovazione tecnologica richiedono a gran voce una riforma che aumenti il numero dei visti per gli immigrati specializzati, soprattutto nel campo dell’ingegneria e della scienza. Secondo uno studio del Partnership for a New American Economy, il settore della ricerca informatica e scientifica sta crescendo così tanto che, se il governo americano non riformerà il sistema, entro il 2018 ci saranno più di 200,000 posti di lavoro liberi che dovrebbero invece essere occupati da lavoratori qualificati—lavoratori qualificati come Sanket Sant.          

Sant è un ingegnere elettrico esperto in materiali semiconduttori in un laboratorio a Fremont, in California. Ha 35 anni e viene da Ahmedabad, in India, ma ha vissuto gli ultimi 14 anni della sua vita negli Stati Uniti. A 21 anni, Sant si trasferì a Dallas, in Texas, per un master e poi un dottorato in ingegneria elettrica. Da allora è rimasto qui: ha pubblicato due libri, continuato a fare ricerca, e a contribuire all’innovazione scientifica degli Stati Uniti. Ma il futuro di Sant è appeso a un filo. Da sette anni, Sant è in attesa della carta verde che gli permetterebbe di diventare un permanent resident, l’ultimo passo per ottenere la cittadinanza americana. Questo vuol dire che da sette anni, Sant passa da un visto all’altro per cercare di rimanere negli Stati Uniti legalmente. Se per qualsiasi motivo perdesse il suo lavoro, sarebbe costretto a tornare in India, un paese che Sant non sente più come casa.

Come lui, ci sono altri 4 milioni e mezzo di immigrati che attendono anni prima di ottenere la carta verde, soprattutto se originari di Cina, India, Messico e Filippine, per cui il governo USA crea delle quote annuali che rendono l’attesa ancora più lunga. Se la riforma dell’immigrazione già approvata dal Senato passasse anche alla Camera, lavoratori come Sant riceverebbero la carta verde nel giro di pochi mesi. La riforma aumenterebbe anche il numero di visti H-1B per lavoratori specializzati e creerebbe un sistema a punti per l’ottenimento della carta verde (a sostituzione della lotteria) per cui chi ha più titoli di studio o parenti negli Stati Uniti può ricevere la green card più velocemente.

“Hai vissuto qui 14 anni, pensi che questo sia il tuo paese adesso, ma poi non hai una carta verde, quindi sei ancora uno straniero,” dice Sant, con una nota di frustrazione nella voce. “È come essere in un limbo, perché non sono ancora americano ma sicuramente non sono più indiano perché vivo qui, appartengo a questo paese.”

È dal 1986 che il Congresso americano non passa una riforma dell’immigrazione e, nel 2008 come nel 2012, Obama è stato eletto con la promessa di riuscire a cambiare il sistema. Mentre Washington discute, molti immigrati le cui vite verrebbero rivoluzionate dalla riforma—i Cesar, Miguel, Marisol e Sanket della situazione—vivono vite a metà, con la costante paura di essere deportati e essere separati dai figli, di dover fare il cameriere con una laurea in legge, o di perdere il lavoro e doversene andare.

“Seguivo i discorsi sulla riforma dell’immigrazione un anno fa ma ora è tutto così imprevedibile che ho perso la speranza,” dice Sanket. “Ho davvero perso la speranza.”

Published on Pagina 99 on January 27, 2014